di Edoardo Caprino
Cinisello Balsamo, periferia ovest di Milano. Sono da poco passate le sette e una ragazzina di sedici anni corre spensierata in bicicletta a recuperare l’amica eternamente in ritardo per la scuola. Questa adolescente ha appena partecipato alla Messa del mattino:
«E’ duro alzarsi alle 6 e 20 sotto l’antipatico rumore della sveglia... eppure con un semplice gesto potrei spegnerla! No, non voglio, questa volta ho scelto Te, e dietro questo piccolo sacrificio ecco la gioia, quella più vera che possa esistere».
Non è un racconto in bianco e nero, tratto da un libretto di devozione dell’Ottocento. È l’esperienza di vita di una ragazza dei nostri giorni, Maria Cristina Cella Mocellin.
Una ragazza come tante altre, impegnate nello studio, in parrocchia, nell’oratorio, ma sin dall’adolescenza Maria Cristina presenta una maturità fuori dal comune. Un anno prima di incontrare Carlo, il ragazzo che diventerà suo marito, annotava sul diario:
«Signore, indicami la strada: non importa se mi vuoi mamma o suora, ciò che importa realmente è che faccia solo e sempre la Tua volontà». E, con un’immagine a dir poco profetica, continua:
«Fammi pure soffrire, perché è nella sofferenza che incontro Te, la salvezza».
Nell’immaginario collettivo gli attuali giovani risultano essere senza ideali, aridi, incapaci di dare un senso alla loro vita. Non è così; storie, esperienze di vita come quella che racconteremo di Maria Cristina non sono rare da incontrarsi. Vi sono ragazze e ragazze capaci di una profondità di pensieri, di una spiritualità fuori dal comune, di molto superiori ai loro genitori; molte volte tutto questo è alimentato da una fede solida resa ancora più forte dalla sofferenza fisica patita. Sono gli esempi del giorno d’oggi.
Il diario di Maria Cristina Cella Mocellin, pubblicato dalle Edizioni San Paolo con il titolo Una vita donata (Cinisello Balsamo 2005, pp. 106, euro 9) offre un esempio che commuove. E cosi possibile leggere e conoscere il suo cammino di fede e di crescita; gli amici che hanno selezionato gli scritti sono a loro volta rimasti stupiti dalla profondità, dalla maturità di questa giovane sposa e mamma di tre bambini (Francesco, Lucia, Riccardo) morta a ventisei anni. Ognuno di loro aveva intuito la forza spirituale di Maria Cristina, ma solo alla sua morte, avvenuta il 22 ottobre 1995, è stato possibile ricomporre l’intero puzzle.
La straordinarietà di Maria Cristina risiede nella sua ordinarietà: a diciotto anni fu colpita da un tumore alla gamba sinistra, ma dopo interventi chirurgici e diversi mesi di dura chemioterapia la ragazza era riuscita a guarire. Ormai sposa e mamma felice, a distanza di sette anni — durante la terza gravidanza — compare una nuova forma tumorale, sempre alla gamba sinistra. Maria Cristina decide di sottoporsi alle sole cure che non avrebbero messo a rischio la nuova vita che custodi— va in grembo.
Un gesto eroico? Per Carlo, l’amato marito che condivise la sua scelta, no di certo. Era infatti la logica conseguenza del pensiero di Cristina sulla vita: un autentico dono di Dio, il suo stesso essere mamma l’ha sempre vissuto nell’assoluta certezza di porsi nelle mani del Signore.
Scelte difficili, dure, non sempre facili da condividere per chi le stava intorno, in particolare per il marito. Lui stesso racconta di aver faticato all’inizio a porsi sulla stessa linea d’onda di Maria Cristina; la sua fede era infatti «di comodo», quella della moglie era invece «gioiosa». Identico lo sguardo sulla vita, sui progetti futuri; gli occhi di Maria Cristina miravano l’eternità nell’assoluta certezza della fede vissuta.
La fede di Maria Cristina era basata su una confidenza semplice, amicale con il Signore. La sua profondità era evidente e lineare in quanto ogni momento della sua vita era vissuto alla luce del Vangelo, sia che fosse un momento di preghiera, un gioco in oratorio, un rapporto con le amiche, la crescita dei figli, l’amore per il marito. Il suo rapporto con Dio non aveva bisogno di artifizi; i suoi occhi sulla sofferenza la portavano a ringraziare di questa prova il Creatore:
«Grazie Signore, perché credo davvero che in questo momento, in cui io soffro, tu salvi qualcuno».
Ecco una proiezione evangelica, un’autentica forma di canta, quel soffrire-offrire di cui fu maestra santa Bernadette.
La sofferenza non viene cercata, viene vissuta e motivata: «Ti chiedo, Signore, che non mi manchi mai questa sofferenza: perché solo soffrendo mi sento realmente cristiana; perché è solo soffrendo che T’incontro con le braccia aperte disponibile ad abbracciarmi, a riempirmi d’amore immenso anche se sono piccola e niente di fronte a Te».
Il rapporto con il marito Carlo è esemplare. Conosciuto in giovane età, sarà l’uomo con il quale Maria Cristina approfondirà il suo cammino di fede, abbandonando l’idea di una vocazione religiosa. Un rapporto all’apparenza difficile dovuto alla lontananza — Carlo e infatti originario di Carpané, provincia di Vicenza e Maria Cristina lo ha conosciuto nel corso delle vacanze estive — ma per noi lettori questa difficoltà è diventata una fortuna. Non essendo ancora nati telefoni cellulari e relativi sms, tra Carlo e Maria Cristina si è sviluppato un intenso rapporto epistolare che compone buona parte del libro. Leggendolo è possibile cogliere la comune crescita, il desiderio di creare una vera famiglia, cristianamente ispirata. Il desiderio di Maria Cristina era di forma- re un nucleo familiare formato da dieci figli! Il loro è un amore puro, chiaro, semplice, molto diverso rispetto ai rapporti affettivi che regnano oggi:
«Ciò che ci unisce e ci unirà sarà sempre l’ amore, la fiducia, l’accettazione reciproca».
in quanto ogni momento della sua vita era vissuto alla luce del Vangelo, sia che fosse un momento di preghiera, un gioco in oratorio, un rapporto con le amiche, la crescita dei figli, l’amore per il marito. Il suo rapporto con Dio non aveva bisogno di artifizi; i suoi occhi sulla sofferenza la portavano a ringraziare di questa prova il Creatore:
«Grazie Signore, perché credo davvero che in questo momento, in cui io soffro, tu salvi qualcuno».
Ecco una proiezione evangelica, un’autentica forma di canta, quel soffrire-offrire di cui fu maestra santa Bernadette.
La sofferenza non viene cercata, viene vissuta e motivata: «Ti chiedo, Signore, che non mi manchi mai questa sofferenza: perché solo soffrendo mi sento realmente cristiana; perché è solo soffrendo che T’incontro con le braccia aperte disponibile ad abbracciarmi, a riempirmi d’amore immenso anche se sono piccola e niente di fronte a Te».
Il rapporto con il marito Carlo è esemplare. Conosciuto in giovane età, sarà l’uomo con il quale Maria Cristina approfondirà il suo cammino di fede, abbandonando l’idea di una vocazione religiosa. Un rapporto all’apparenza difficile dovuto alla lontananza — Carlo e infatti originario di Carpané, provincia di Vicenza e Maria Cristina lo ha conosciuto nel corso delle vacanze estive — ma per noi lettori questa difficoltà è diventata una fortuna. Non essendo ancora nati telefoni cellulari e relativi sms, tra Carlo e Maria Cristina si è sviluppato un intenso rapporto epistolare che compone buona parte del libro. Leggendolo è possibile cogliere la comune crescita, il desiderio di creare una vera famiglia, cristianamente ispirata. Il desiderio di Maria Cristina era di forma- re un nucleo familiare formato da dieci figli! Il loro è un amore puro, chiaro, semplice, molto diverso rispetto ai rapporti affettivi che regnano oggi:
«Ciò che ci unisce e ci unirà sarà sempre l’amore, la fiducia, l’accettazione reciproca».
Nel momento stesso in cui Maria Cristina pensa al suo Carlo sorgono dal cuore preghiere al Signore
«che grande amore deve averti spinto, mio Signore, a morire per me su una croce! A salvarmi non con una “fetta di panettone”, ma donando la Tua vita morendo per me».
Ed è proprio partendo dall’immagine del panettone — inventata da una sua educatrice, suor Anna Rosa Bozzoli, durante un incontro di formazione in oratorio — che la giovanissima Maria Cristina basa la sua certezza sull’amore di Dio, sulla salvezza che da lui proviene.
Per Maria Cristina la santità non è un esercizio retorico oppure un vuoto richiamo da immaginetta, perché
«io divento santa nella misura in cui mi svuoto di tutto, rimuovo dalla mente, dal cuore e dalla vita ogni impedimento per farmi penetrare completamente dall’amore di Dio» e per dare concretezza al suo pensiero
«significa vivere con molta semplicità la vi ta di ogni giorno, nella famiglia, nello studio, nel rapporto con te, Carlo».
L’incontro con la Croce
La santità si conquista nell’ordinano, la santità è tutto nelle parole di questa giovane donna; non è un esercizio eroico, ma la concreta, tenace testimonianza che si conquista giorno per giorno. An- che nella prova finale, nella sua Pasqua — come è stata definita da amici e parenti — Maria Cristina rimane fedele all’insegnamento evangelico, al suo credo. I suoi punti fermi rimangono in ogni momento il Signore e la Madonna; a lei, Madre del Salvatore, si rivolge come un’umile figlia.
Nell’ultimo suo scritto prima della prematura dipartita «fa parlare» Dio: «E poi c’è Maria. Mia madre che veglia su di te. Conosce il tuo cuore di mamma, perché anche lei, mamma, ha sofferto molto. Sentila vicina e donale ogni tua preoccupazione».
La paura del distacco non manca nei pensieri di Maria Cristina, ma «Ti sento, percepisco la Tua presenza, silenziosa, ma reale». Il suo è un fiat consapevole, che il Signore saprà disporre al meglio per la sua famiglia, per i suoi figli, in attesa di riabbracciarli in Paradiso. La lettura di questi pensieri, di queste note intime sono un vero esempio; mai questa parola è più adatta. Sono pagine che commuovono, che pongono domande al lettore. Non si può rimanere indifferenti perché sono un autentico richiamo alla fede autentica. In queste pagine non si raccontano eroismi, ma solo un cammino di vita vero, autentico, donato al Signore. Per essere veramente cristiani non occorrono vuoti esercizi di retorica, ma un grande cuore ad accogliere la misericordia del Signore: Maria Cristina lo aveva e lo ha manifestato nei pensieri, nelle opere, negli scritti. Per riconoscere le sue virtù non occorre attendere il giudizio della Chiesa; bisogna essere solo capaci di abbracciare la Croce come ha fatto lei nella sua breve vita.